
Succede che la stampa, tutta la stampa, è credibile finchè racconta fatti e porta testimonianze. Si tratti o meno di stampa nostrana o estera. La riprova è nell'analisi del Financial Times. Il quale fa il peggio che ci si possa aspettare da una testata economica tanto blasonata: antepone giudizi e suggerire indirizzi, dimenticando i fatti.
Tocca davvero dar ragione a Berlusconi. Lui non potrebbe governare, per i numerosi conflitti d'interesse (oltre che per dubbia moralità). Ma davvero Emma Marcegaglia sarebbe tanto meglio del nostro caro Silvio? Vuoi che ancora una volta ci tocchi dire: meno male che Silvio c'è?
Da Vip:
Il Financial Times tifa per Marcegaglia premier, ma anche Emma ha i suoi problemi all’estero
Emma Marcegaglia non è solo “un bel viso” scrive oggi il Financial
Times richiamando la gaffe del presidente del consiglio Silvio
Berlusconi all’assemblea di Confindustria dello scorso maggio che rese
“cattivo gusto a parte” Silvio Berlusconi “ancora più opinabile” agli
occhi dei “leader industriali del paese” per lanciare la candidatura
della numero uno di Viale dell’Astronomia alla guida di un eventuale
governo tecnico. Una soluzione, quella della “signora acciaio” che per
il quotidiano finanziario britannico potrebbe essere “la migliore
speranza” per il Belpaese.
Peccato che il “rinnovamento morale” che la lady di ferro potrebbe
portare valga solo in Italia, ma non in Svizzera, dove restano tuttora
17 conti “congelati” (quattro dei quali già finiti sotto la lente della
magistratura ai tempi dell’inchiesta Enipower, una storia di tangenti
per la quale Antonio Marcegaglia aveva patteggiato, nel marzo 2008, una
pena, sospesa, a 11 mesi per corruzione e pagato un’ammenda di oltre 6
milioni di euro) intestati al padre Steno, al fratello Antonio e alla
stessa Emma Marcegaglia. Conti sui quali lo scorso novembre il pubblico
ministero elvetico ha chiesto di tornare a fare luce.
Nel frattempo sempre Antonio è stato fatto oggetto di un’azione legale
da parte di Corus (gruppo Tata) assieme ad altri dirigenti di un
consorzio formato dai Marcegaglia con i coreani di Dongkuk Steel Mill e
con la lussemburghese Duferco, di cui Antonio è amministratore
delegato. Consorzio che avrebbe dovuto comprare dall’azienda inglese le
acciaierie di Teesside, in Gran Bretagna, ma che ha poi preferito
rompere l’accordo siglato in un primo tempo e tirarsi indietro,
mettendo a rischio la sopravvivenza dell’impianto stesso (e di 10 mila
posti di lavoro ad esso correlati).
Come dire che se l’attuale inquilino di Palazzo Grazioli ha qualche
problema con la stampa a causa delle sue frequentazioni oltre che dei
mai risolti conflitti d’interesse, anche la giovane “velina”
concorrente potrebbe avere qualche scheletro nell’armadio e farebbe
meglio a non contare troppo sui volubili “endorsment” della grande
stampa finanziaria internazionale. Che spesso più che perseguire
l’obiettivo della massima trasparenza e informazione si compiace, come
quella italiana, di appoggiare questo o quel gruppo di potere, a
seconda dei momenti e delle convenienze del caso.